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Musica, Maestro!

09 Gennaio 2026

Musica, Maestro!
La mia avventura all’Herbal Cup 2025, parte prima.
Di Andrea Trangoni

Tanti possono essere i motivi che spingono le persone a partecipare a un tour de force come l’Herbal Cup, una competizione estremamente articolata, volta al relax psicofisico e scandita in più rituali che toccano nel profondo e si muovono fra erbe e profumi.

Il motivo principale della mia partecipazione si chiama Zahre.
Zahre è il nome, nel dialetto locale di origine antico bavarese, di Sauris, un paesino nelle Alpi carniche in Friuli. A Zahre ho intitolato e dedicato i rituali pensati per la qualifica italiana dell’Herbal Cup 2025. Esperienza bellissima, incredibilmente faticosa, ricca di spunti e di errori da cui imparare, di esempi da cui trarre ispirazione e culminata con la meritatissima designazione per la Finale mondiale di Praga di due fenomeni come Claudio Massa e Alberto Grazioli. Va detto, però, che tutti i partecipanti dell’Herbal Cup di quest’anno hanno mostrato una parte di sé, hanno emozionato, stupito e suscitato passione. Chiunque si cimenti in questo sforzo titanico di creatività e di capacità tecniche muove da un desiderio profondo, vuole confrontarsi col magico, vuole inseguire quell’imponderabile attimo sospeso che all’improvviso attraversa tutti, ospiti e maestri, restando indelebile e inciso.

Lo spirito con cui ho partecipato alla competizione è, paradossalmente, quello di chi non è competitivo, sia in senso lato (non è nella mia indole), sia in senso stretto (il divario con i primi due, già in partenza, è semplicemente incommensurabile). Lo spirito era, quindi, quello dell’esperienza da cui trarre preziosi insegnamenti e, soprattutto, quello di raccontare un luogo del cuore, Zahre.
Luogo che è comunità, amicizie, silenzi, alta montagna e decenni di frequentazione.
Le persone “fanno” i luoghi e io sentivo che dovevo restituire qualcosa, dopo aver ricevuto tanto, volevo dire grazie.

I rituali, per me, più che un’esibizione, sono piuttosto una conversazione, un dialogo, fra chi sta al di qua e chi sta al di là di quel telo che vortica nell’aria. E gli argomenti che alimentano questa conversazione, che sviluppano la complicità e la condivisione, sono il calore, il respiro, i movimenti, i profumi e, ovviamente, la musica.
Di questo vorrei parlare qui. Della scelta particolare e decisamente non convenzionale che ho fatto per l’ambientazione sonora dei miei rituali Herbal Cup.

Già da tempo, nella scelta delle musiche per i rituali mi sono orientato verso un fluire ininterrotto di suoni, superando la consueta divisione in tre o quattro brani separati, corrispondenti in maniera meccanica alle gettate di vapore o alla fruizione di uno scrub o di un savonage. Preferendo di gran lunga i rituali rilassanti, spesso uso un unico lungo brano di un singolo musicista o, altrimenti, armonizzo fra di loro e miscelo insieme più brani o sonorità, fino a creare un flusso sonoro avvolgente, un’esperienza che vorrebbe essere immersiva, per ascoltarsi, per astrarsi da tutto, per godere la limpidezza di quella dozzina di torridi minuti oltre il tempo e lo spazio della quotidianità.

Durante la presentazione di un rituale mi trovo spesso a dire, fra il serio e il faceto, un po’ per alleggerire le preoccupazioni dei novizi e un po’ per far sorridere gli ospiti veterani, “Potete tranquillamente chiudere gli occhi, tanto non c’è niente da vedere…”. I sorrisi sono immancabili e il contatto è rafforzato, si può cominciare in leggerezza. In realtà, però, lo penso davvero. Chiudere gli occhi ci porta a “vedere” molto di più tutte le altre componenti del rituale che non siano lo sventolare di un telo, seppur fatto magistralmente (cosa che, peraltro, è ben lontana dal riuscirmi). Chiudere gli occhi ci porta a volare con l’immaginazione, a stare lì e ora e, contemporaneamente, a vivere in un personalissimo luogo, diverso per ognuno, un luogo incantato.
La scelta di Zahre è stata fatta anche per muoverci tutti verso quel luogo incantato.

Fin da subito è prevalsa la decisione di usare le voci del Coro di Sauris, visto che per avviare un percorso mi piace partire dalla scelta della musica (infatti, non a caso, nella breve presentazione prima dei rituali annuncio sempre i nomi dei musicisti che si ascolteranno, pietra angolare del tutto).
I brani tradizionali in dialetto saurano cantati magistralmente dal Coro, però, qui nascono da un contesto molto particolare, fatto di natura, relazioni, cultura, atmosfere. Non cascano dall’alto, come purtroppo troppe volte succede, non sono brani estratti più o meno a caso da una compilation, usati dai maestri solo per vaga assonanza con il tema o per compiacere un orecchio distratto.
Sentivo, quindi, di dover inserire quei canti nell’ambiente che li aveva generati, pur essendo questa la scelta più impegnativa. Sentivo che, davvero, sonorità naturali e ambientali dovevano accompagnare e integrare quelle voci cristalline. Visto che i testi parlano anche di stagioni diverse, coerenza voleva che il racconto sonoro fosse adeguato al mutare del meteo nel corso dell’anno. Per esperienze lavorative pregresse ho le attrezzature e conosco i programmi per fare delle registrazioni audio professionali sul campo, sicché, tutte le volte che salivo a Sauris, coglievo l’occasione per muovermi nel territorio e registrare i suoni della natura o le mutate condizioni atmosferiche.

Sì, è stata un’avventura, bellissima.
Muoversi in solitudine cercando l’invisibilità, cuffie sulle orecchie e microfono in mano, nei boschi in primavera, intorno al lago d’estate, nelle foschie delle albe d’autunno, nel gelo di uno stavolo battuto dal vento in inverno, tremando dal freddo. A registrare cinguettii, ruscelli, cricchiare di ghiaccio, campanacci alle malghe e campane in lontananza, risate di bimbi e borbottii di anziani. Cogliere il momento, inaspettato, in cui un fisarmonicista, in chiesa, di spalle, prova una melodia nella penombra, pensandosi solo. Ore di registrazioni ambientali che, selezionate e miscelate insieme ai canti del Coro, sono confluite, nei dodici minuti di brano finale. Senza una vera “musica”, così come comunemente s’intende.

Chiudere gli occhi ed essere lì. Come quando, durante l’aufguss, con miracolosa e perfetta sincronia lo sgocciolare dei venik di abete bianco sul braciere avviene nel momento esatto in cui l’audio diffonde le prime gocce di pioggia autunnale. Magari sono in pochi a notarlo, ma in quel momento ci troviamo sia lì nel calore condiviso della sauna, che nel bosco di Sauris sotto la pioggia, mentre registro e sorrido, pensando di usare i venik proprio in quel modo.

Nella bulimia di un mondo che corre alla cieca verso un fragoroso, esteriore e insaziabile “di più”, mi piace pensare che, lungo i bordi, esistano ancora spazi di ricerca da condividere occhi negli occhi, piccoli spostamenti dell’anima di cui essere grati, luoghi riposti come un paesino di montagna.
I rituali sono veicoli di emozioni, ma le emozioni devono sempre partire da noi, in primis, devono essere motore dei nostri intenti. Non falsi sorrisi o posture di circostanza, ma brividi veri. E la musica, l’ambientazione sonora, sono una porta da attraversare per l’immersione profonda e romanticamente condivisa. Perché c’è qualcosa di romantico nel raccontare un luogo del cuore, pur con tutte le imperfezioni e le fatiche di una difficile prova dal vero. Perché c’è qualcosa di romantico in ogni rituale. E c’è qualcosa di romantico, perché è una love story.

 

Questo articolo si trova in: Aufguss Moderno, Aufguss Show